Rischio tassa se l'assicurazione punta al rendimento finanziario

Articolo pubblicato su Insurance Daily il 22 settembre 2016 N. 988

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Le polizze assicurative sulla vita sono generalmente ritenute forme d'investimento appetibili in virtù dei vantaggi derivanti dal loro regime fiscale e dalla loro impignorabilità. E` realmente così? Non sempre. Vediamo per quali motivi.

I rendimenti finanziari delle polizze assicurative costituiscono redditi di capitale e sono tassabili per un importo rappresentato dalla differenza tra l'ammontare percepito e quello dei premi pagati (a tal fine si considera corrisposto anche il capitale convertito in rendita a seguito di opzione).

La loro tassazione ha luogo mediante l'applicazione di un'imposta sostitutiva pari generalmente al 26%, tranne che per i redditi derivanti da investimenti in titoli di stato, i cui rendimenti continuano ad essere tassati con l'aliquota del 12.5%.

Sino al 31 dicembre 2014 i capitali percepiti dai beneficiari di contratti di assicurazione sulla vita, in caso di morte dell'assicurato, erano totalmente esenti dalle imposte sui redditi; a decorrere dal 1 gennaio 2015, invece, tale esenzione compete soltanto per la quota dei capitali percepiti corrispondente alla "copertura del rischio demografico", che è in genere del tutto trascurabile. Pertanto, in caso di polizze miste, essendo esente solo il capitale corrisposto a copertura del menzionato rischio demografico, il capitale residuo, cioè la quasi totalità di quello corrisposto, è soggetto alla tassazione sopra indicata (26% o 12.5% a seconda dei casi).

Ne discende che dall'1 gennaio 2015 il trattamento delle polizze ai fini delle imposte sui redditi non è più cosi vantaggioso come in precedenza rispetto a quelli ordinariamente previsti per gli strumenti finanziari, pur continuando a differenziarsi favorevolmente da questi ultimi (rectius: da alcuni di questi ultimi), posto che i rendimenti delle polizze vengono tassati per cassa e non, come altri redditi di capitale, anno per anno, a mano a mano che maturano, dando quindi origine a un differimento della loro tassazione.

Con riguardo al tributo successorio le polizze assicurative, invece, godono ancora di un rilevante beneficio, in quanto, ai sensi dell'art. 12, comma 1, lett. c), della legge sull'imposta di successione e di donazione, non concorrono a formare l'attivo ereditario le indennità spettanti agli eredi in forza di assicurazioni stipulate dal de cuius.

I vantaggi fiscali delle polizze assicurative sono pertanto evidenti e di tutto rilievo, ma spesso la struttura delle polizze è tale da farli venire meno. L'Agenzia delle Entrate ha infatti il potere di riqualificarle in strumenti finanziari, quando, nonostante la loro denominazione e la loro forma, non assolvono nella sostanza una funzione assicurativa-previdenziale, ma perseguono finalità speculative, tipiche di tali altri strumenti.

In presenza di quali caratteristiche, dunque, detta riqualificazione può avere luogo?

Certamente ogniqualvolta la politica d'investimento discendente dal contratto di assicurazione stipulato contempli, nell'intento di massimizzarne il ritorno economico, il compimento di operazioni particolarmente rischiose, creando un rischio al contraente, anziché evitarglielo.

Le polizze possono essere, infatti, garantite, parzialmente garantite e pure e solo la prima fattispecie fornisce effettiva garanzia di restituzione del capitale al beneficiario da parte dell'impresa assicuratrice.
Negli altri casi, invece, la corresponsione di un capitale all'assicurato alla fine del rapporto contrattuale non è certa, in quanto dipende dall'andamento del sottostante, tant'è che nell'ipotesi estrema di insolvenza del soggetto emittente gli strumenti finanziari in cui il capitale è stato investito, il valore della polizza può persino ridursi a zero.

In queste situazioni la funzione della polizza cessa di essere assicurativa-previdenziale, per divenire finanziaria-speculativa, perché la polizza diviene solo lo strumento giuridico con cui vengono effettuati investimenti e il rischio non è più assunto dall'assicuratore, ma ricade in toto in capo alla controparte (questo principio è stato affermato, per citare solo alcune delle pronunce intervenute in materia, dal Tribunale di Torino, con sentenza del 17 marzo 2016, dal Tribunale di Parma, con sentenza del 10 agosto 2010, dal Tribunale di Bologna con sentenza del 28 aprile 2015, dal Tribunale di Rimini, con sentenza del 3 aprile 2014, dal Tribunale di Firenze, con sentenza del 25 giugno 2015, e dal Tribunale di Siracusa, con sentenza del 17 ottobre 2013).

E` significativo quanto ha al riguardo affermato il Tribunale di Bologna con la citata sentenza del 28 aprile 2015: ”Il criterio guida per discriminare tra prodotti assicurativi e prodotti finanziari, da condurre mediante un esame della regolamentazione dei singoli contratti, è dato dalla collocazione del rischio a carico dell'una piuttosto che dell'altra parte. Nel contratto di assicurazione sulla vita, la funzione economico sociale è pacificamente rinvenuta nell'assunzione da parte dell'assicuratore del cd. "rischio demografico", ossia del rischio correlato all'incertezza della durata della vita dell'assicurato (sotto il profilo della sua morte o della sua sopravvivenza). Nel contratto oggetto della causa, per contro, non viene garantito all'assicurato un rendimento minimo né un consolidamento dei rendimenti anno per anno. Nella specie all'assicurato non viene garantita la prestazione, poiché la stessa dipende direttamente dai risultati della gestione finanziaria di talché i rischi finanziari degli investimenti ricadono integralmente sul medesimo. Sotto questo profilo permane un rischio ad integrale carico dell'assicurato, sia sotto il profilo del quantum, posto che come detto le prestazioni dipendono dall'andamento dei titoli, quanto persino sotto il profilo dell'an, visto che non può scartarsi l'ipotesi di un andamento del tutto negativo. Non v’è chi non veda, allora, come una struttura negoziale di questo tipo si allontani decisamente dalla struttura codicistica del contratto di assicurazione”.

Altre caratteristiche delle polizze che ne giustificano la suddetta riqualificazione sono costituite dal “trasferimento” nella polizza di asset non finanziari, quali immobili, marchi e opere d'arte, di proprietà del sottoscrittore; dalla individuazione dell'assicurato in un soggetto, diverso dal contraente, particolarmente anziano e/o malato; l'ingerenza del sottoscrittore nella gestione degli investimenti; dalla durata della polizza, quando è troppo breve, posto che quella di uno strumento previdenziale è in genere assai lunga; dalla possibilità di riscatto anticipato, in assenza di una previsione contrattuale che ne limiti l'esercizio, consentendolo solo dopo un certo periodo di tempo o condizionandolo a talune particolari esigenze; dal fatto che l'an e il quantum delle prestazioni dell'assicuratore siano collegati a parametri che prescindono totalmente dalla vita dell'assicurato e dipendono in via esclusiva dal valore maturato da alcuni titoli o strumenti finanziari, acquistati dalla società assicuratrice per far fronte alle prestazioni stesse (in questo senso si è espresso il Tribunale di Venezia con sentenza del 24 giugno 2010).

Quando la polizza presenta le suddette caratteristiche e può quindi essere riqualificata in strumento finanziario, non vengono peraltro meno solo i vantaggi fiscali sopra indicati, ma, a seguito dell'iniziativa di chiunque abbia interesse a produrlo, si verifica anche un ulteriore, rilevante effetto di natura extra fiscale: la pignorabilità e la sequestrabilità della polizza, al pari di ogni altro strumento finanziario. In tal caso, infatti, si rende inapplicabile il disposto dell'art. 1923 cod.civ., a norma del quale le somme dovute dall'assicuratore al contraente o al beneficiario, in dipendenza della stipula di un'assicurazione sulla vita, non possono essere sottoposte ad azione esecutiva o cautelare. Ciò perché il beneficio della citata intangibilità della somma assicurata trova il proprio fondamento nella natura previdenziale del contratto assicurativo e conseguentemente non può essere giustificata se il contratto stipulato ha carattere previdenziale solo nella forma e non anche nella sostanza.