Punitive damages: verso l'ammissibilità in Italia?

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Con ordinanza 16 maggio 2016 n. 9978, la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha rimesso al Primo Presidente, per l'eventuale assegnazione alle Sezioni Unite ai sensi dell'art. 374, c. 2, c.p.c., la “questione di massima di particolare importanza” relativa alla delibabilità delle sentenze straniere comminatorie di danni punitivi.

L'ordinanza interlocutoria in questione trae origine da una vicenda di product liability e ha come protagonista un'impresa italiana, la quale - responsabile di aver fabbricato un casco difettoso rivenduto negli Stati Uniti - al fine di evitare di corrispondere, a titolo di danni punitivi, una somma di circa due milioni di dollari, invocava il limite dell'ordine pubblico previsto dall'art. 64, lett. g), L. 31 maggio 1995, n. 218.

Epocale si configura la decisione della Sezione rimettente: essa sembrerebbe ritenere sussistenti – in evidente discontinuità con le precedenti soluzioni accolte dalla giurisprudenza di legittimità in tema di punitive damages – gli estremi per un vero e proprio revirement. Nel modello di matrice angloamericana i danni punitivi prevedono l'irrogazione di somme volte non tanto a ricostruire la sfera patrimoniale del soggetto leso, quanto piuttosto a causare il depauperamento del responsabile in funzione strettamente punitiva.

Sebbene la comminatoria giudiziale di suddetti danni si rinvenga in diversi ordinamenti (tra gli altri, in quello tedesco, spagnolo, francese, gallese, irlandese, cipriota, argentino, cinese, canadese e in generale in quelli di common law), essa è ad oggi ancora esclusa dalla maggior parte dei paesi europei, tra i quali l’Italia.

Nelle occasioni in cui era stata chiamata a pronunciarsi sul tema - nel 2007 e nel 2012 - la Suprema Corte aveva ritenuto contrarie all'ordine pubblico sostanziale italiano le decisioni straniere di condanna al pagamento dei punitive damages in favore del danneggiato, in virtù della regola secondo cui il fatto illecito non deve mai comportare l'indebita locupletazione per la vittima e in considerazione della funzione sanzionatoria ed afflittiva - e non meramente compensativa - di una simile voce di danno, tale da legittimarne il mancato riconoscimento in Italia ai sensi dell'art. 64, lett. g), L. 31 maggio 1995, n. 218.

Il recente intervento della Corte, pertanto, si rivela particolarmente interessante in quanto, oltre ad offrire una nuova lettura della nozione di ordine pubblico, consente di interrogarsi sulle finalità della responsabilità civile.

Attestata, dunque, l'insostenibilità della teoria della monofunzionalità della responsabilità civile, la Corte dubita che la funzione riparatoria-compensativa, seppur prevalente, sia l'unica attribuibile al sistema.

La consapevolezza di proporre una soluzione su detta materia non unanimemente condivisa ha indotto la Prima Sezione civile ad indicare in maniera dettagliata gli argomenti che supportano il proprio ragionamento.

Si è rilevato, in particolare, che la polifunzionalità del sistema è testimoniata da molteplici indici normativi, riscontrabili negli articoli 12 L. 8 febbraio 1948, n. 47 in materia di diffamazione a mezzo stampa, 96, c. 3, c.p.c., 709-ter c.p.c., 26, c. 2, c.p.a. sull'abuso del processo, 158 L. 22 aprile 1941, n. 633 e 125 D.Lgs. 10 febbraio 2005, n. 30 in materia di proprietà industriale, 187-undecies, c. 2, D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, 3-5 D.Lgs. 15 gennaio 2016, n. 7.

Sulla base delle disposizioni sopra riportate, pertanto, la Corte perviene alla conclusione che il sistema della responsabilità civile italiano non solo non ha una valenza meramente compensativa, ma talvolta svolge persino una funzione general-preventiva.

Ne discende, dunque, l'impossibilità di sostenere la contrarietà all'ordine pubblico dell'istituto dei danni punitivi, semplicemente in ragione della sua finalità sanzionatoria-deterrente.

Quand'anche si volesse attribuire al sistema della responsabilità civile la mera funzione riparatoria-compensativa, i punitive damages non potrebbero, per ciò solo, essere ritenuti contrastanti con l'ordine pubblico. Ecco quindi che il problema della compatibilità tra danni punitivi ed ordine pubblico torna a riproporsi.

La rielaborata nozione di ordine pubblico - progressivamente estesa fino a coincidere con quella di "ordine pubblico internazionale" - non prevede la mera identificazione dello stesso con l'ordine pubblico esclusivamente interno, poiché, altrimenti, le norme di conflitto sarebbero operanti solo ove conducessero all'applicazione di norme materiali aventi contenuto simile a quelle italiane, eliminando ogni diversità tra i sistemi giuridici e rendendo superflue le regole del diritto internazionale privato.

In tema di delibazione dei giudicati stranieri, quindi, il requisito ostativo della contrarietà all'ordine pubblico è posto a tutela dei soli valori fondamentali di un ordinamento - ci si riferisce cioè ai principi di rango costituzionale, ai principi sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell'UE e dalla CEDU.

Non essendo la funzione riparatoria-compensativa riconducibile ad alcuna di queste categorie, una mera divergenza tra la funzione che la responsabilità civile assume nello Stato di origine e in Italia non può fungere, ex se, da motivo ostativo al riconoscimento. Semmai, gli unici valori fondamentali aventi rango costituzionale - e come tali invocabili per impedire in Italia il riconoscimento dei punitive damages - sarebbero i principi di proporzionalità e del ne bis in idem.

Quest'ultimo, a ben vedere, potrebbe costituire un ostacolo alla delibazione di una sentenza di condanna al pagamento di danni punitivi, allorquando per lo stesso fatto l'agente sia stato condannato in sede penale. Stante la natura sanzionatoria dei punitive damages, infatti, potrebbe sorgere il dubbio che questi siano da ricomprendersi nel genus delle sanzioni penali.

Mentre spostare l'attenzione sul versante del principio di proporzionalità, per quanto astrattamente condivisibile, potrebbe comportare delle serie difficoltà di natura pratico-applicativa. Accogliere la prospettiva indicata dalla Prima Sezione civile, infatti, implicherebbe un innegabile passaggio da un sistema di rigido diniego della delibabilità dei danni punitivi, ad un metodo on a case-by-case basis, in cui è devoluto all'autorità giudiziaria il delicato compito di determinare, volta per volta, se l'entità dei punitive damages liquidati dalla pronuncia straniera sia conforme al principio di proporzionalità menzionato.

Rebus sic stantibus, il rischio da fronteggiare dinanzi ad un assessment basato su un metodo casistico così prospettato sarebbe quindi quello di incorrere in un'inevitabile unpredictability, naturalmente incompatibile con le esigenze di certezza cui il nostro ordinamento dovrebbe sempre informarsi.