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Privacy

Marketing e consenso: arriva l’ok del Tribunale di Roma per l’invio di sms di opt-in per le attività di marketing

Con sentenza n. 10789 del 2019, il Tribunale di Roma si è pronunciato sul ricorso presentato da una nota compagnia telefonica avverso il provvedimento n. 437 del 2016 emesso dal Garante privacy, ribaltando il risultato in favore della ricorrente.

Oggetto del contendere sono le modalità con cui la società aveva condotto, tra il 2015 e il 2016, una pluralità di campagne aventi ad oggetto l'invio di sms contenenti la richiesta di prestare il consenso alla ricezione di materiale pubblicitario o promozionale, sia a clienti già presenti nella customer base della Società che a clienti potenziali.

Ad opinione del Garante, inoltrando tali sms in assenza del previo consenso, la Società aveva agito in contrasto con la disciplina del Codice Privacy, nella sua formulazione previgente al GDPR (tuttavia ancora applicabile sul punto in oggetto). Sulla base di tali premesse, il Garante ha pertanto applicato una sanzione amministrativa alla Società, vietando l’ulteriore trattamento.

Di diverso avviso, invece, il Tribunale di Roma, per il quale l’art. 130 co. 1 del Codice – che dispone la necessità del consenso del contraente o utente “per l´invio di materiale pubblicitario o di vendita diretta o per il compimento di ricerche di mercato o di comunicazione commerciale” – non sia in effetti rilevante nel caso di specie, argomentando che la disposizione in oggetto vieta le attività pubblicitarie o promozionali in assenza del consenso, ma non anche l'invio di messaggi diretti proprio ad acquisire detto consenso, da manifestarsi successivamente in modo consapevole da parte del destinatario e finalizzato al futuro inoltro da parte dell'azienda di offerte commerciali.

In questa prospettiva, le attività della ricorrente non possono essere già considerate come trattamento di dati personali per finalità di marketing, essendo del tutto assente, nel caso in esame, un'attività promozionale di un prodotto commerciale ovvero un'attività pubblicitaria in senso proprio. Al contrario nell’esigere il consenso (che verrà eventualmente inoltrato con futuro e distinto messaggio), deve ravvisarsi l'intento della Società di rispettare le disposizioni del Codice.

Il Tribunale ha così annullato il provvedimento del Garante privacy, accogliendo il ricorso del noto operatore di telefonia ricorrente.

Pubblicità

AGCM contro Facebook: il colosso dei social network rischia fino a 5 milioni per “inottemperanza”

Il 21 gennaio 2020 l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (“AGCM”) ha avviato un procedimento di inottemperanza nei confronti di Facebook per non aver attuato le prescrizioni del provvedimento del novembre 2018 con il quale l’AGCM aveva accertato l’omissione di adeguata informativa privacy agli utenti al momento della registrazione al social network, della raccolta e utilizzo a fini commerciali dei dati da essi forniti e delle finalità remunerative sottese, anzi enfatizzandone la gratuità inducendo gli utenti ad assumere una decisione di natura commerciale che, altrimenti, non avrebbero preso.

Per l’AGCM la decisione si fondava sulla valutazione che i dati degli utenti di Facebook, usati per profilazione ad uso commerciale e di marketing, costituiscono patrimonio informativo avente valore economico idoneo a configurare l’esistenza di un rapporto di consumo, anche in assenza di corrispettivo. Pertanto, oltre a sanzionare Facebook per € 5 milioni, l’AGCM aveva vietato l’ulteriore diffusione della pratica ingannevole e disposto che la società pubblicasse una dichiarazione rettificativa sulla homepage del sito internet italiano, sull’app e sulla homepage di ciascun utente italiano registrato.

Nella relazione trasmessa da Facebook la stessa rappresenta di aver implementato diverse misure, quali la sostituzione della frase “è gratis e lo sarà per sempre”, visibile nella pagina di registrazione a Facebook, con la frase “è veloce e semplice”, l’aggiornamento delle Condizioni d’Uso e del proprio “Centro assistenza” al fine di “fornire una spiegazione completa” su come Facebook fornisce il proprio servizio agli utenti senza corrispettivo.

Ciononostante, secondo l’AGCM l’ingannevolezza della condotta posta in essere da FB permane: il rinvio alle Condizioni d’Uso non rappresenta una informativa immediata e chiara e il mero inserimento della frase “è veloce e semplice” al posto del precedente claim non fornisce all’utente chiarimenti sul valore economico dei dati personali.

AGCM contesta quindi la reiterazione della pratica commerciale con i medesimi profili di scorrettezza già accertati: il procedimento di inottemperanza avviato potrà condurre all’irrogazione di una sanzione amministrativa pecuniaria fino a € 5 milioni.

Stretta del Tribunale di Roma alla pubblicizzazione delle sigarette elettroniche

La XVII Sezione civile del Tribunale di Roma respinge il reclamo presentato da una società operante nel mercato delle sigarette elettroniche e dei relativi liquidi di ricarica (“Società”) contro l’ordinanza cautelare emessa dallo stesso tribunale a seguito del ricorso presentato da un’associazione a tutela dei consumatori (“Associazione”). È interessante notare come entrambi i provvedimenti del cautelare e del reclamo, siano il risultato di un’interpretazione molto rigida della normativa applicabile, arrivando al punto di proibire qualsiasi forma di comunicazione promozionale riferita ai prodotti in questione.

In sede cautelare, l’Associazione richiedeva al giudice l’inibitoria della campagna pubblicitaria posta in essere dalla Società, poiché tale campagna avrebbe perseguito il fine della promozione della sigaretta elettronica e dei relativi contenitori di ricarica, asseritamente in violazione delle norme che sanciscono il divieto di ogni e qualsivoglia forma di pubblicità di tali prodotti.

Il giudice cautelare aveva parzialmente accolto la domanda dell’Associazione disponendo la rimozione dal sito e dai profili social della Società dei contenuti che non rispondessero ad una mera finalità informativa, affermando altresì che non potesse neppure ritenersi lecito il richiamo operato dalla Società al proprio sito e la pubblicazione sui propri profili social di immagini e contenuti recanti apprezzamenti circa le caratteristiche dei prodotti commercializzati ascrivibili ad altri soggetti (“user-generated content”). Inoltre il giudice disponeva la rimozione delle affissioni pubblicitarie presenti in alcune città italiane.

Il collegio del reclamo, ritenendo infondati i motivi dello stesso, con la propria ordinanza ribadisce la potenzialità diffusiva delle comunicazioni promozionali oggetto di inibitoria poiché effettuate nei servizi della società dell’informazione che per loro natura accessibili ad un numero indeterminato e potenzialmente elevatissimo di persone.

Inoltre, i giudici del reclamo hanno nuovamente evidenziato come anche la “cartellonistica” rientri nel concetto di pubblicazione stampata, dunque, sia vietata ai sensi del decreto legislativo 6/2016. Sul punto infatti, il collegio ha confermato l’interpretazione secondo cui sono considerate stampe o stampati “tutte le riproduzioni tipografiche o comunque ottenute con mezzi meccanici o fisico-chimici in qualsiasi modo destinate alla pubblicazione” e, altresì, che il termine “pubblicazione” indica “indiscutibilmente l’atto con il quale si porta qualcosa a conoscenza di tutti, specialmente attraverso la stampa o l’affissione pubblica”.

Alla luce delle suesposte considerazioni, il collegio riconosceva dunque l’urgenza di inibire tali comportamenti illegittimi al fine di tutelare la salute umana, respingendo il reclamo proposto dalla Società e così confermando l’inibitoria già emessa in sede cautelare.

Intelligenza artificiale

Le ragioni dell'EPO per cui un’intelligenza artificiale non possa essere designata come “inventore”

L’Ufficio europeo dei brevetti (“EPO”) ha pubblicato in data 29 gennaio 2020 le ragioni a sostegno della sua decisione di rigettare le domande di brevetto europeo, presentate nell’autunno del 2018, in cui una tecnologia di intelligenza artificiale nominata “DOBUS” veniva designata come inventore. Le domande riguardavano rispettivamente un “contenitore per alimenti” e dei “dispositivi e metodi per attirare l'attenzione”. In entrambe le domande il richiedente riteneva di aver acquistato il diritto al brevetto europeo dall’inventore, sostenendo che, in quanto proprietario della macchina, tutti i diritti di proprietà intellettuale creati da quest’ultima gli fossero stati ceduti.

L’EPO ha ritenuto che sulla base della normativa europea in materia brevettuale, l’inventore designato in un brevetto europeo non possa che essere una persona fisica. Tale interpretazione sarebbe supportata da varie ragioni. In particolare, la qualifica di inventore attribuirebbe una serie di diritti i quali potrebbero essere esercitati solamente da un soggetto titolare di apposita personalità giuridica, di cui i sistemi di intelligenza artificiale attualmente non godono. Allo stesso modo, le macchine non sarebbero nemmeno in grado di trasferire tali diritti ai propri aventi causa mancando di personalità giuridica.

Infine l’Ufficio europeo ha osservato come una tale interpretazione del termine “inventore”, come riferimento ad una persona fisica, sembra essere uno standard riconosciuto a livello internazionale e ripreso in più occasioni anche dalle decisioni dei tribunali nazionali in materia.

Commissione UE, pubblicato il White Paper on artificial intelligence

La recente pubblicazione del White Paper on artificial intelligence da parte della Commissione Europea fornisce un interessante spaccato sul programma seguito dall'Unione Europea per la futura regolamentazione dell'intelligenza artificiale ("AI"). Tale documento cavalca l’onda di una copiosa attività da parte di Stati Membri e organismi internazionali, volta a rispondere alla crescita esponenziale dell'utilizzo dell'AI e si concentra in particolare sulle implicazioni dell'AI sui diritti fondamentali dell’individuo, sia perché tali sistemi assumono decisioni autonome, sia perché sostituiscono ruoli potenzialmente svolti dagli esseri umani.

Il documento traccia, da un lato, il framework legislativo esistente in UE, prospettando, dall’altro, una futura legislazione in materia di AI. Tuttavia, la forma che la regolamentazione potrebbe assumere non è definita e il paper propone una serie di modelli che vanno da sistemi meno stringenti, fino a regolamentazioni basate sul rischio, cercando, specialmente nei settori ad alto rischio (e.g., sanità), un equilibrio tra l’uso di AI e il potenziale di impatto di tale tecnologia sui diritti degli interessati.

Inoltre, il paper, evidenziando come gli investimenti in materia di AI da parte dell’UE continueranno a crescere, fornisce una definizione di AI e sottolinea anche gli obblighi da implementare ex ante, quali: (i) necessità di trasparenza da parte degli sviluppatori, inclusa la divulgazione dei parametri di progettazione (con evidenti criticità per i profili IP), nonché (ii) trasparenza per gli utenti e consumatori sui processi AI e potenziali risultati e (iii) definizione di requisiti minimi di sicurezza, di qualità e diversità dei dati utilizzati per la creazione dei sistemi di AI. Si aggiungono inoltre misure ex post, quali obblighi di responsabilità per danni provocati da sistemi basati sull’AI, garantendo al contempo mezzi di ricorso effettivo. In definitiva, si ribadisce la necessità della supervisione e revisione umana delle decisioni prese da un sistema di AI, anche per eliminare la discriminazione.

In relazione ai profili privacy, il Consiglio dell’UE già da tempo si interrogava su come il GDPR si sarebbe applicato alle nuove tecnologie, visto il suo carattere “technologically neautral”, con principi generali abbastanza malleabili da poter essere costantemente ricalibrati rispetto ad esigenze impreviste al momento della relativa entrata in vigore. L’approccio seguito nel paper indica contemporaneamente che l’applicazione del GDPR è pertinente con l’uso di AI, sia per fase di sviluppo, sia per quella di utilizzo, ma sarà comunque necessario integrarlo con una regolamentazione specifica per l'AI.

Media

L’AGCOM dà il via alle procedimento per l’aggiornamento del piano di numerazione automatica dei canali del servizio televisivo digitale terrestre

Con Delibera n. 456/19/CONS, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (“AGCOM”) ha dato avvio al procedimento per l’aggiornamento del piano di numerazione automatica dei canali del servizio televisivo digitale terrestre (“LCN”) e relative modalità di attribuzione dei numeri.

La Delibera segue l’adozione della Legge di Bilancio 2019, il cui articolo 1, comma 1109, emenda l’articolo 1, comma 1035, della Legge di Bilancio 2018, disponendo che, in considerazione del nuovo assetto frequenziale e delle modalità di definizione delle aree tecniche, l’AGCOM, nel rispetto dei principi di trasparenza, equità, non discriminazione e di una razionale allocazione della numerazione, proceda all’aggiornamento del piano di LCN entro il 31 dicembre 2019.

Il procedimento, che viene svolto dalla Direzione Infrastrutture e Servizi di media dell’Autorità, si concluderà, salve eventuali sospensioni, nel termine di 180 giorni dalla data di pubblicazione del provvedimento. Il procedimento prevede che venga predisposto dall’AGCOM uno schema di regolamento da sottoporre a consultazione pubblica – in modo da permettere ai soggetti interessati di formulare le proprie osservazioni – al termine della quale verrà emanato il regolamento definitivo.

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