Innovazione e diritto: le novità della settimana

Innovation Law Insights

Privacy

Il pagamento delle sanzioni privacy del Garante non è dovuto decorsi 90 giorni tra accertamento e contestazione della violazione

Il giudice di merito può determinare che il pagamento delle sanzioni privacy non sia dovuto per decorso del termine tra accertamento e contestazione della violazione da parte del Garante per la protezione dei dati personali.

Con Sentenza n. 38510 del 6 dicembre 2021, la Suprema Corte di Cassazione si pronuncia in merito ad un punto molto delicato che concerne l’articolo 14, comma 6 della Legge 689 del 24 novembre 1981 (Legge Bosetti & Gatti), ritenendo che, trascorsi novanta giorni tra l’accertamento della violazione e la sua contestazione, l’obbligo di pagare la somma dovuta si estingue, collocando il dies a quo nel momento in cui l’autorità (in questo caso il Garante) ha acquisito e valutato i dati a sua disposizione. La decisione in oggetto riguarda il ricorso proposto dall’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea avverso l’ordinanza con la quale, in data 5 aprile 2018, il Garante privacy aveva ingiunto alla stessa il pagamento di €10.000 a titolo di sanzione amministrativa per la violazione dell’art. 162, comma 2 bis del Codice Privacy.

Il tribunale di merito aveva accolto la fondatezza del ricorso, ritenendo che in questo caso intervenisse l’esenzione dell’obbligo di pagamento ai sensi dell’art. 14, co. 6 della Legge Bosetti & Gatti, posto che l’accertamento della violazione, secondo il tribunale, si era completato in data 6 marzo 2015, data in cui il Garante privacy avrebbe ricevuto dall’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea la copia delle designazioni dei soggetti incaricati del trattamento, mentre, la contestazione era avvenuta solo in data 18 giugno 2015, e notificata in data 25 giugno 2015 oltre il termine di 90 giorni dal completamento attività ispettiva.

Il Garante privacy aveva ricorso dunque in Cassazione contro la sentenza del tribunale di merito per falsa applicazione dell’art. 14 della Legge Bosatti & Gatti in relazione all’articolo 360 c.p.c. comma 3, in particolar modo perché il tribunale non avrebbe considerato la complessità dell’accertamento.

La Suprema Corte ha osservato che, il momento dell’accertamento della violazione, da cui poi decorre il termine di 90 giorni dell’attività ispettiva, “non coincide con quello in cui viene acquisito il fatto nella sua materialità da parte dell'autorità cui è stato trasmesso il rapporto, ma va individuato nel momento in cui detta autorità abbia acquisito e valutato tutti i dati indispensabili ai fini della verifica dell'esistenza della violazione segnalata, ovvero in quello in cui il tempo decorso non risulti ulteriormente giustificato dalla necessità di tale acquisizione e valutazione” ma, il compito di individuare il dies a quo e definire la complessità dell’accertamento spetta al giudice di merito e non è sindacabile in cassazione se non per omesso esame di fatti decisivi risultanti della sentenza stessa.

Alla luce di quanto sopra indicato, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali e condannato l’Autorità al pagamento delle spese di lite.

Si tratta di un sentenza di una rilevanza notevole alla luce della lunghezza degli attuali procedimenti privacy davanti al Garante per la protezione dei dati personali in cui la contestazione viene emessa a volte a distanza di anni dalla asserita violazione. Questo scenario pregiudica il diritto di difesa dei soggetti nei cui confronti vengono sollevate contestazioni e anche la certezza del diritto. Tale ultimo aspetto è rilevante ancor più quando ci sono contestazioni riguardanti l’inadeguatezza delle misure di sicurezza perchè non è verosimile che sia contestata a distanza di anni l’assenza di misure adeguate che al momento degli eventi non rappresentavano uno standard di mercato. Inoltre, la lunghezza dei procedimenti impedisce alle aziende di valutare se creare una riserva di bilancio per coprire eventuali sanzioni privacy. Sarà interessante analizzare l’impatto di questa decisione sugli attuali ricorsi contro le contestazioni del Garante privacy.

Su di un simile argomento, può essere interessante anche questo articolo “Cassazione: Nei controlli difensivi si possono raccogliere solo i dati successivi al sospetto di attività illecita”.

Technology, Media and Telecommunications

Il nuovo Codice delle Comunicazioni Elettroniche introduce notevoli modifiche al settore

Il 24 dicembre 2021 è entrato in vigore il decreto legislativo n. 207 dell’ 8 novembre 2021, con il quale è stata recepita nell’ordinamento italiano la Direttiva (UE) n. 2018/1972 recante il Codice Europeo delle Comunicazioni Elettroniche che introduce notevoli modifiche al quadro normativo del settore.

Il d.lgs. 207/2021 ha riordinato il Codice delle Comunicazioni Elettroniche di cui al d.lgs. 259/2003, apportando significative modifiche, con l’obiettivo di:

  • aggiornare e armonizzare la disciplina delle reti e dei servizi di comunicazione elettronica;
  • promuovere l’uso efficiente, effettivo e coordinato dello spettro radio e lo sviluppo di reti ad altissima capacità;
  • creare un ambiente favorevole agli investimenti e co-investimenti in reti ad altissima capacità;
  • definire le competenze delle autorità di regolazione ed amministrative di settore, ed in particolare dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazione (AGCom), del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE), e della neoistituita Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale;
  • rendere più agevoli ed efficienti le procedure autorizzatorie;
  • facilitare l’ingresso degli operatori nei mercati delle comunicazione elettroniche e promuovere la concorrenza; e
  • favorire l’accesso degli utenti ai servizi di comunicazione elettronica e rafforzare le tutele previste in loro favore.

Tra le novità introdotte dal d.lgs. 207/2021 figurano:

  • nuove definizioni dei servizi di comunicazione elettronica, che tengono conto dell’evoluzione tecnologica e del mercato e che consentono ora di attrarre nel perimetro di applicazione del Codice anche i servizi resi dagli over-the-top (“OTT”);
  • l’inserimento dell’accesso generalizzato alla connettività ad altissima velocità tra gli obiettivi generali della regolamentazione delle comunicazioni elettroniche;
  • la ridefinizione delle procedure e dei contenuti dei titoli autorizzatori in conformità con la Direttiva;
  • la revisione e l’inasprimento delle sanzioni amministrative e l’introduzione di nuove fattispecie sanzionabili, tra cui il danneggiamento dei servizi di comunicazione elettronica od opere e oggetti ad essi inerenti;
  • la semplificazione dei procedimenti di autorizzazione all’installazione di infrastrutture radio;
  • la semplificazione delle condizioni di accesso alle reti Wi-Fi;
  • previsioni volte a coordinare l’attività dell’AGCom con quella delle Autorità nazionali degli altri Stati Membri e della Commissione europea in materia di analisi di mercato;
  • la revisione del sistema dei rimedi applicabili alle imprese con significativo potere di mercato e l’introduzione della possibilità per le imprese designate come aventi un significativo potere di mercato di presentare impegni – da valutarsi da parte dell’AGCom – per aprire al coinvestimento la realizzazione di una nuova rete ad altissima capacità che consista di elementi in fibra ottica;
  • l’ampliamento della definizione di servizio universale mediante l’inclusione dei servizi di accesso ad Internet;
  • il rafforzamento dei diritti degli utenti finali di servizi di comunicazione elettronica, con particolare riferimento agli obblighi informativi contrattuali in capo agli operatori, alla durata dei contratti per la fornitura di servizi di comunicazione elettronica e al diritto degli utenti di recedere dal contratto in caso di modifiche delle condizioni contrattuali o di proroga automatica dello stesso.

Le aziende del settore delle comunicazioni elettroniche dovranno lavorare alacremente per adeguare la loro operatività al nuovo quadro normativo.

Su un simile argomento può essere interessante l’articolo “D.L. Semplificazioni: modifiche al Codice delle comunicazioni elettroniche”.

Intellectual Property

Violazione del diritto di esclusiva: la Cassazione si pronuncia sulla responsabilità di un hosting provider attivo e sul risarcimento del danno in re ipsa

Nell’ordinanza n. 39763/2021, la Corte di Cassazione ha stabilito che la violazione dell’esclusiva riconosciuta al titolare del diritto d’autore costituisce danno in re ipsa, integrando di per sé la prova del danno, di cui il titolare del diritto deve solo provare l’entità, confermando la giurisprudenza sulla distinzione tra hosting provider attivo e passivo ed sul relativo regime di responsabilità,.

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso presentato da una società statunitense, condannata in sede di merito al risarcimento danni per la violazione ex art. 78 ter e 79 della Legge 633/1941 dei diritti d’autore di una nota società italiana licenziataria di concessioni televisive e dei diritti di sfruttamento economico di alcuni format televisivi, in quanto sul portale della società ricorrente erano stati caricati senza autorizzazione dei filmati dei programmi oggetto di esclusiva.

Respingendo la posizione della società statunitense che si era dichiarata mero hosting provider, la Corte di Cassazione ha escluso l’applicazione dell’esenzione da responsabilità dei prestatori intermediari di servizi della società dell’informazione previsto dagli art. 14 della Direttiva 31/2000/CE e art. 16 del D.Lgs. 70/2003. Riprendendo la sentenza n. 7708/2019, la Corte ha ribadito che un prestatore di servizi della società dell’informazione è qualificabile come hosting provider attivo qualora svolga un’attività che esuli da un servizio meramente tecnico, automatico e passivo, e ponga invece in essere una condotta attiva, come attività di filtro, aggregazione e promozione di contenuti. Secondo la Cassazione, la cernita ed il riordino dei contenuti sono il cuore dell’attività economica di un hosting provider, che con sistemi di data mining e di elaborazione massiva di big data trae guadagni dall’attività di hosting. Gli operatori possono contribuire in modo “causalmente determinante” alla diffusione dei prodotti illeciti, dal momento che tramite la profilazione degli utenti riescono a variare l'offerta dei contenuti a seconda delle preferenze dei destinatari, aumentando le visualizzazioni dei contenuti. Pertanto, un hosting provider attivo concorre nella commissione dell’illecito e non può essere ricompreso nell’esonero da responsabilità.

Nel caso di specie, la società statunitense è stata inquadrata come hosting provider attivo. Secondo la Cassazione infatti, non si sarebbe limitata alla fornitura dell’accesso agli utenti alla piattaforma o ad un mero posizionamento dei contenuti, ma avrebbe inciso significativamente nella gestione dei contenuti (i) usufruendo di team editoriale addetto alla selezione i contenuti audio-visivi per collegarli alla pubblicità in base alle visualizzazioni; (ii) effettuando una cernita dei contenuti audio e video per fini pubblicitari; (iii) utilizzando un software incompatibile con la figura di hosting provider passivo; e (iv) selezionando e collegando i contenuti di intrattenimento digitale alla home page.

La sentenza della Corte di Appello di Roma contro cui è stato presentato ricorso aveva anche sancito che la responsabilità della società statunitense fosse derivata dall’assenza di un intervento attivo nell’eliminare i contenuti illeciti segnalati dalla titolare dei diritti in due diffide, che la società statunitense aveva contestato essere generiche e prive dell’identificazione degli URL riferititi ai contenuti da rimuovere. Sul punto, la Corte di Cassazione ha ribadito che un hosting provider è responsabile qualora non provveda all’immediata rimozione dei contenuti illeciti quando (a) sia venuto a conoscenza dell’illecito commesso dal destinatario del servizio tramite il titolare del diritto leso o un altro soggetto; (b) possa constatare l’illiceità della condotta tramite la diligenza che è ragionevolmente da attendersi da un operatore professionale della rete; e (c) abbia la possibilità di attivarsi poiché messo al corrente in modo sufficientemente specifico dei contenuti da rimuovere. È compito del giudice di merito accertare se, tramite le conoscenze tecnico-informatiche, l’identificazione dei contenuti in violazione dei diritti di terzi sia effettuabile da un hosting provider solo con l’indicazione del nome o del titolo della trasmissione da cui sono tratti, come avvenuto nel caso di specie, oppure se sia necessaria la comunicazione degli indirizzi URL dove sono collocati tali contenuti.

In sede di ricorso, la società statunitense ha anche contestato la liquidazione dei danni in quanto sarebbe mancata la prova del danno patito dalla società italiana per effetto della trasmissione e memorizzazione dei video illeciti, in violazione dell’art. 158 Legge sul Diritto d’Autore che presuppone la prova del danno a carico del titolare e non un danno in re ipsa.

Nel ritenere tale motivo inammissibile, la Corte di Cassazione precisato che il danno era stato liquidato secondo il criterio del “prezzo del consenso”: l’art. 158 comma 2, terzo periodo, della Legge 633/1941, prevede infatti che il giudice possa “liquidare il danno in via forfettaria sulla base quanto meno dell'importo dei diritti che avrebbero dovuto essere riconosciuti, qualora l'autore della violazione avesse chiesto al titolare l'autorizzazione per l'utilizzazione del diritto.

Citando la sentenza n. 21833/2021, la Corte ha ribadito che l’art. 158 della Legge 633/1941 prevede il duplice criterio della retroversione degli utili conseguiti dal responsabile dell’illecito grazie all’utilizzo indebito dell’opera altrui, e del prezzo del consenso. I due criteri sono “centri concentrici”, dal momento che il criterio del prezzo del consenso stabilisce la soglia minima della liquidazione, mentre il criterio degli utili conseguiti attribuisce al danneggiato i vantaggi e i ricavi economici che l’autore della violazione abbia conseguito in concreto, che ricomprendono certamente l’eventuale costo dell’acquisto dei diritti di sfruttamento economico dell’opera. Il prezzo del consenso, quale prezzo per la cessione dei diritti di utilizzazione economica dei diritti, va inteso come valutazione del presumibile valore sul mercato del diritto d’autore nel periodo della violazione, considerando degli elementi del caso concreto, come i prezzi nel settore, il pregio dell’opera e i guadagni ottenuti da questa durante la legittima utilizzazione dell’autore.

La Corte di Cassazione ha quindi concluso enunciando il principio di diritto secondo cui in tema di tutela del diritto d’autore, la violazione di un diritto di esclusiva integra di per sé la prova dell’esistenza del danno, costituendo danno in re ipsa, ed il danneggiato deve provare solo l’entità del lucro cessante, a meno che il soggetto autore della violazione non dimostri l’insussistenza di danni risarcibili nel caso concreto. Tale pregiudizio è liquidabile in via forfettaria con il criterio del prezzo del consenso, che costituisce soglia minima di ristoro.

Su un simile argomento può essere interessante l’articolo “Il Tribunale di Roma si pronuncia sulla responsabilità delle piattaforme di video sharing”.

Gaming & Gambling

Come commercializzare i diritti degli sviluppatori di NFT nell’industria del gaming e del gambling?

La negoziazione di un accordo relativo al c.d. minting e alla vendita di NFT nell'industria del gaming e del gambling solleva questioni legali da affrontare adeguatamente.

Le industrie dei videogiochi e del gambling hanno accresciuto il loro potenziale negli ultimi anni anche in virtù della struttura del proprio modello di business che ben si adatta all’evoluzione tecnologica dei nostri giorni. I videogiochi e i giochi da casinò permettono agli utenti di spendere soldi reali per ottenere una vittoria all’interno del gioco o per ottenere l'accesso alle risorse del gioco. Tuttavia, se gli sviluppatori decidessero di bloccare le funzionalità del proprio gioco, tutte le risorse di gioco (personaggi o missioni) non sarebbero più accessibili. Inoltre, le risorse di gioco esistenti non hanno alcun valore intrinseco nel mondo esterno. Di conseguenza, i giocatori non possono monetizzare gli acquisti in-game nei mercati secondari per recuperare gli investimenti se e quando vogliono smettere di giocare. È per tale motivo che gli NFT e la blockchain riscuotono maggiore successo nell’industria dei videogiochi e del gambling.

Gli NFT infatti possono garantire la proprietà dei prodotti presenti nel videogioco ricompensando i giocatori per il loro tempo, fedeltà e investimento. Con l'emergere delle criptovalute, gli NFT rappresentano la porta d'accesso a una nuova economia di gioco globale che premia i giocatori con oggetti da collezione digitali unici e quindi "non fungibili". Questa caratteristica li rende adatti all'uso nei giochi come rappresentazioni di personaggi, merci e altri oggetti commerciabili. Quando i clienti acquistano questi NFT, non solo esercitano la "vera proprietà dell'oggetto", ma possono anche vendere e scambiare i beni del gioco sui mercati secondari per generare profitti.

Come regolamentare il concetto di proprietà negli NFT?

Esiste una chiara distinzione tra la proprietà di un NFT e i diritti specifici inerenti alla proprietà intellettuale. Ciò deriva dal fatto che i diritti di sfruttamento delle opere d’arte non vengono trasferiti automaticamente all’acquirente al momento dell’acquisto. In Italia, l’art. 109 della Legge sul Diritto d’Autore stabilisce chiaramente che i diritti di sfruttamento appartengono esclusivamente all’autore e non vengono trasferiti con la vendita dell’opera, salvo diverso accordo scritto.

Come già evidenziato con NFT e arte: un viaggio nel mondo della cryptoart e delle sue problematiche legali questa regola si applica, naturalmente, anche agli NFT, con l’effetto che (i) gli unici soggetti autorizzati a cedere come token una determinata opera fisica sono i titolari dei relativi diritti di sfruttamento; e (ii) quando si acquista un NFT è importante essere consapevoli che la proprietà del token non si traduce nella titolarità dei diritti di sfruttamento dell’opera originale sottostante. È fondamentale strutturare quindi correttamente i diritti concessi attraverso i NFT nel relativo smart contract. Ciò avviene necessariamente con il supporto della blockchain quale tecnologia in grado di consentire, tra le altre cose, di certificare lo storico delle cessioni degli NFT tra gli utenti e, inoltre, di assicurare sempre una conoscenza e conoscibilità della paternità dell’opera.

Come strutturare il modello di pagamento con gli NFT?

L'accordo tra i titolari dei diritti IP e le società che mintano NFT e poi li commercializzano è tradizionalmente strutturato come un accordo di licenza in cui vengono concessi i diritti di sfruttamento in cambio di royalty.

Le royalty possono essere customizzate sulla base del progetto che si vuole intraprendere, e la struttura degli accordi può variare considerando il valore del NFT. Inoltre, ogni volta che un NFT sarà venduto sui mercati secondari, i licenzianti possono guadagnare una certa percentuale sulla seconda rivendita. Infatti, tramite lo smart contract sottostante è possibile predefinire le regole di assegnazione delle royalty generate attraverso ogni transazione. Nella maggior parte dei casi, gli NFT acquisiscono valore attraverso transazioni multiple, poiché diventano oggetti da collezione ed è la domanda che fa aumentare il loro prezzo. Così facendo, i licenzianti possono facilmente monetizzare il loro prodotto e avere un contatto diretto con i fan sulla maggior parte delle piattaforme. I sistemi di monetizzazione tramite royalty tradizionali sono spesso lacunosi a causa di una mancanza di trasparenza che causa enormi perdite (in termini di mancato guadagno) per il creatore dell’opera. Al contrario, basare il sistema di royalty sulla blockchain può garantire ai licenzianti di non perdere il controllo sui trasferimenti.

Questo aspetto svela due grandi questioni legali. Da un lato, i proprietari dei diritti devono calibrare attentamente l'attribuzione dei diritti attraverso gli NFT, limitando ad esempio il numero massimo di NFT da coniare. Dall'altro lato, i termini dello smart contract devono essere trasparenti verso i potenziali clienti per evitare contestazioni e danni alla reputazione.

Come proteggere i diritti IP negli NFT?

Gli NFT nei videogiochi, nei giochi di casinò o di bingo sono legati a diverse questioni relative alla proprietà intellettuale, ivi inclusi i seguenti:

  • Quali diritti di proprietà intellettuale devono essere esclusi dall'accordo di licenza con il soggetto che esegue il minting o commercializza i NFT?

Quando si concedono in licenza i diritti di minting dei NFT, è importante chiarire cosa viene concesso in licenza e cosa viene escluso. Quando si concede in licenza la proprietà intellettuale per l'uso di un NFT, i licenziatari dovrebbero concedere il diritto di eseguire il minting di un numero limitato di NFT associati alla proprietà concessa in licenza. Questa circostanza manterrà la scarsità (e il valore associato) del NFT basato sul gioco. Inoltre, un licenziante può scegliere di proibire espressamente o imporre restrizioni al diritto del licenziatario di fare modifiche associate all'opera in licenza ai fini del NFT. Data la crescente prevalenza di contributi programmabili e generativi nei giochi, questa circostanza è particolarmente importante.

  • I licenzianti dei giochi sanno se il design di un personaggio basato su una NFT è protetto ai sensi del diritto d’autore?

Gli NFT possono contenere immagini, grafica, marchi, design e persino musica nel mondo digitale. Di conseguenza, gli NFT possono attingere a grafiche, personaggi o oggetti preesistenti. In tal caso, i licenzianti di giochi devono ottenere le rispettive licenze da questi autori per utilizzare legalmente il contenuto protetto per le loro NFT. Questo obiettivo può essere raggiunto assicurandosi che i creatori terzi possiedano i diritti richiesti.

  • Come far valere le richieste di cessazione dei diritti contro gli utenti di NFT?

I titolari dei diritti devono regolare quali piattaforme possono distribuire (e rivendere) gli NFT che portano i loro diritti di proprietà intellettuale e quali royalty devono essere pagate. I licenzianti devono anche garantire con clausole di responsabilità e di indennità che le piattaforme su cui i loro NFT sono distribuiti siano conformi ai requisiti normativi. Poiché la tecnologia blockchain permette che le transazioni siano anonime, gli NFT possono, purtroppo, essere facilmente abusati per attività di riciclaggio di denaro o per transazioni illegali. I licenzianti dovranno quindi controllare se le piattaforme prevedono adeguate salvaguardie contro la contraffazione e rispettano gli standard tecnologici di cybersecurity per proteggere l'immagine del proprio marchio e dei propri diritti di proprietà intellettuale incorporati negli NFT.

Quali sono gli effetti della cessazione dei contratti di licenza sulle NFT?

Dopo la scadenza o la risoluzione del contratto di licenza, i licenzianti devono prevedere che il licenziatario non abbia più il diritto di eseguire attività di minting, pubblicizzare, distribuire, vendere o altrimenti trattare qualsiasi NFT che utilizza la proprietà dei videogiochi in licenza.

Inoltre, i licenzianti devono garantire che il licenziatario coopererà per garantire la migrazione di NFT a un diverso blockchain, marketplace e/o sito web designato dai licenzianti di giochi in modo che i clienti possano continuare ad accedere e utilizzare i NFT.

Il trasferimento di NFT dopo la cessazione del contratto di licenza è tecnicamente fattibile. Dipende principalmente dalla natura della blockchain (privata o pubblica). Per implementare il trasferimento, la rappresentazione patrimoniale degli NFT su una blockchain deve essere replicata nella rappresentazione sull'altra catena. Di conseguenza, il numero totale di token su entrambe le blockchain deve rimanere costante. Questa circostanza si ottiene di solito tramite il c.d. burning o immobilizzando i token sulla blockchain di origine e coniando o sbloccando i token sulla blockchain di destinazione.

Su un simile argomento, “Che cosa sono gli NFT: bolla speculativa o prossima rivoluzione digitale?”.


La rubrica Innovation Law Insights è stata redatta dai professionisti dello studio legale DLA Piper con il coordinamento di Arianna AngillettaGiordana BabiniTamara D’AngeliEnila EleziGiulia GiallettiFilippo GrondonaLara MastrangeloAlessandra Tozzi.

Gli articoli in materia di Telecommunications sono a cura di Massimo D’Andrea.

Per maggiori informazioni sugli argomenti trattati, è possibile contattare i soci responsabili delle questioni Giulio CoraggioAlessandro FerrariGualtiero DragottiRoberto ValentiMarco de Morpurgo e Alessandro Boso Caretta.

È possibile leggere l’analisi della bozza di Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale curata dai professionisti del dipartimento di Intellectual Property and Technology di DLA Piper qui, acquistare il volume redatto dagli stessi professionisti in materia di intelligenza artificiale e digital transformation qui e consultare una pubblicazione di DLA Piper che illustra la normativa sugli Esports qui.

DLA Piper Studio Legale Tributario Associato tratta i dati personali in conformità con l'informativa sul trattamento dei dati personali disponibile qui.

Qualora non si volesse più ricevere gli Innovation Law Insights o ci si volesse iscrivere alla stessa, è possibile inviare un'email a Martina Di Leva.